Gioco d’azzardo legale: Non è un settore di serie b

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Nonostante le tante (e forse troppe) parole spese da qualche politico per dimostrarsi consapevole delle esigenze e delle disastrose situazioni in cui il gioco pubblico, casino italiani compresi, vive ormai dall’ottobre 2020, ed anche da quelle del Presidente della Repubblica e del Premier Draghi che in occasione della Festa del Lavoro si sono espressi per invitare la classe politica a non fare gli interessi dei relativi partiti ma ad unirsi per cercare di rendere possibile riprendere il lavoro per tutte le imprese, di tutti i settori e quindi anche per il mondo dei giochi, appare proprio che quest’ultimo continui ad essere lasciato desolatamente solo e, sopratutto, considerato un settore di “Serie B” nel quale lo stesso gioco non si ritrova proprio. E non solo: infatti, chi opera nell’industria del gioco non ritiene di appartenere ad un “settore diverso”, ma mette sul banco le cifre che lo Stato non è riuscito ad incamerare durante quest’ultimo anno a causa della decisione discutibile di aver imposto alle attività ludiche la chiusura continuativa dall’ottobre scorso.

E gli importi sono rilevanti e dei quali si è già parlato in altro articolo: si parla di più di 5 miliardi di introiti “non pervenuti” e sono cifre sulle quali non si può e non si deve scherzare perché potrebbero senz’altro “aiutare” la ripartenza della nostra economia. Ma il sentirsi non considerati come un qualsiasi altro settore sono proprio le azioni e le decisioni del nuovo Governo che ancora non ha programmato nella sua mappa delle riaperture quella del mondo dei giochi. Nessuna parola espressa nei confronti delle migliaia di imprese e dei suoi 150mila lavoratori: il che si traduce nel lasciare andare l’intero settore (di Serie A o di Serie B) alla deriva ed in balìa delle proprie risorse e della propria forza mentale, ormai entrambe al “lumicino”. Ma neppure, come detto prima, le parole espresse dalle istituzioni più importanti del Paese che hanno richiamato le forze politiche all’unità hanno smosso qualcosa: però, è proprio lo Stato che dovrebbe fare qualcosa di più per guardare attentamente anche al settore ludico.

Non si dovrebbe aspettare che si sviluppi il ruolo dei partiti che a volte si intestardiscono su discorsi che potrebbero essere affrontati meglio e con maggiori risultati. Insomma, il Governo centrale non sta facendo nulla affinché il mondo dei giochi e delle scommesse non cada definitivamente nello sconforto, ma sopratutto che questo non si traduca in qualcosa di addirittura incontrollabile dal quale non riuscire poi a tornare indietro. Non vi è dubbio oggi che guardando al comparto dei giochi si debba constatare che i vari politici stiano assumendo posizioni varie su questo tema: quello che spaventa è che appaiono posizioni variegate, ma senza alcuna logica, senza alcun fondamento scientifico. E questo accade anche di fronte alle enormi cifre “non pervenute” alle casse erariali, alla crisi occupazionale che potrebbe paventarsi qualora che ulteriori imprese di gioco andassero a chiudere, cosa che potrebbe certamente accadere poiché il settore non è stato assolutamente sostenuto con equità dalle risorse istituzionali.

Infine, nulla si decide nonostante alcuni pareri autorevoli che sottolineano quanto l’illegalità galoppi e si diffonda sul territorio proprio in conseguenza della costante chiusura del gioco pubblico, bonus casino compresi, e della conseguente noncuranza di questa situazione, nonché alla mancata voglia di risolverla nonostante tutte le negatività elencate. E non si può certo evitare di riflettere su quest’ultimo fatto poiché questa riemersione dell’illegalità, dopo una quindicina di anni durante i quali sia gli addetti ai lavori che lo Stato hanno messo in campo tanta determinazione nel rendere legale il gioco d’azzardo, fa senza dubbio paura. Fare questo balzo indietro non denota essere una scelta oculata sia nell’interesse del territorio, che dei cittadini, che per il rispetto di tutte le attività di gioco che si sono espresse con tanta determinazione e sacrificio per portare avanti il business del gioco lecito, rappresentando la legalità e lo Stato. Ma nonostante tutto ciò in alcune Regioni si continua a portare avanti un’assurda battaglia nei confronti del gioco legale.

Guerra senza esclusione di colpi che gli Enti Locali concretizzano con l’emissione di norme restrittive che ostacolano il regolare percorso delle attività di gioco e dei casino live, nascondendo tale operato dietro un presunto contrasto al gioco problematico e per mettere argine al rischio di aumento della dipendenza da gioco d’azzardo. Anche se questo intendimento non è stato raggiunto come attestano tante ricerche su questo preciso argomento. Sotto il profilo del trattamento istituzionale così accanito contro il gioco si dovrebbe dedurre che le stesse istituzioni non ritengono il settore ludico un settore di “serie B” altrimenti non si applicherebbero in questo modo così agguerrito: il gioco è un mondo senz’altro delicato, scomodo e particolare ma senza dubbio di un’importanza rilevante sia per il numero di imprese che racchiude sia per i suoi 150mila lavoratori che lo compongono. Ma che, purtroppo, è troppo spesso stato discriminato, attaccato, messo in un angolo quando addirittura non estromesso da alcuni territori come in Piemonte, Marche e Lazio dove si sta lavorando per cercare di migliorare la situazione.

Appunto tutto questo “spiegamento di forze istituzionali” non può realisticamente dimostrare che si tratti di un settore di “minor importanza”: anzi, si può dire un settore che attira l’interesse delle istituzioni regionali o comunali, ma non il Governo centrale che non vuole assolutamente mettervi mano anche se deve rinunciare alle sue risorse che farebbero davvero comodo. È come se ci fosse paura ad affrontare e dirimere le questioni attinenti il mondo del gioco e del poker: il riordino più volte promesso non riesce a venire alla luce, la data di riapertura delle attività dopo un lunghissimo lockdown viene “dimenticata”, i sostegni per le imprese coinvolte in questa chiusura per il momento non arrivano se non in una proporzione irrisoria sia come numero di destinatari che come quantità di ristori. Insomma, esiste forse inconsciamente il fatto di non voler proprio affrontare il sistema gioco e neppure l’annosa “Questione territoriale” che sta bloccando il mercato del gioco ed impedisce che questo riesca a produrre quegli introiti che sono sempre pervenuti alle casse erariali.


Ci Mettiamo la Faccia

Giornalista Vanessa Maggi

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Pubblicazione: 20 Maggio 2021 ore 18:00
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