Tanti operatori del gioco d’azzardo ribelli ai DPCM

troppi dpcm contro il gioco azzardo legale

Nelle scorse settimane si è parlato parecchio di alcuni operatori del gioco, possessori anche di casino virtuali, di Roma che, uniti, hanno presentato alla Presidenza del Consiglio e, per conoscenza al Consiglio di Stato, una ventina di istanze in autotutela per sottolineare che ritenevano illegittimi i provvedimenti emessi dal Premier Conte relativamente alle chiusure delle diverse attività commerciali ludiche, poiché non erano sostenuti dal parere del Comitato Tecnico Scientifico che ne obbligasse la chiusura, e ne chiedevano la revoca. Stesso percorso e stesso finale (la chiusura) che, peraltro, erano riservati anche ai ristoratori ai quali sempre lo stesso Comitato avrebbe espresso parere “di via libera” per il proprio lavoro, sempre seguendo i protocolli necessari per poter tenere i locali aperti. Lo studio legale di Roma che assiste gli operatori del gioco aveva richiesto una risposta relativa alla revoca dei provvedimenti di chiusura da parte del Governo centrale che non è (ovviamente) arrivata. Cosa che si presupponeva, ma che ha così determinato la “trasformazione” di queste istanze in veri e propri ricorsi al TAR, Tribunale Amministrativo Regionale, del Lazio.

Da qui, evidentemente, è destinata a partire una strenua battaglia tra gli operatori del gioco e lo Stato nella quale i primi si faranno forti della pronuncia del Tribunale Civile sempre di Roma che si è espresso con un parere di illegittimità espresso e motivato nei confronti sempre degli stessi Dpcm che avevano decretato la chiusura di taluni esercizi. Questa chiusura ritenuta “illegittima, discriminante, ingiustificata ed immotivata” che ha imposto il lockdown totale al mondo dei giochi andava a contrapporsi con altri settori che continuavano ad esercitare appieno la propria attività: certamente con restrizioni, ma da considerarsi potenzialmente più a rischio di altre in termini di diffusione del Coronavirus, poiché è semplice comprendere che per consumare cibi e bevante è comunque indispensabile abbassare la mascherina. Si può pensare che questa “ribellione di massa” da parte di ben una ventina di operatori del gioco, abbia richiesto oltre alla riapertura delle proprie attività, quantomeno un risarcimento per i danni economici ingiustamente subiti, e che non sono affatto pochi.

Ormai si è a conoscenza che i ristori messi a disposizione dal Premier non sono sufficienti a sostenere le aziende e proprio per questo lo studio legale romano ha richiesto un “ristoro ad hoc” per ogni impresa dallo stesso rappresentata tenendo anche conto dei contributi a fondo perduto già messi a disposizione dal Governo. Queste erano le intenzioni dei “ribelli del gioco” e, come anticipato, non avendo avuto riscontro dalla Presidenza del Consiglio sono state presentati per sostenerle appunto i ricorsi al TAR, ognuno per ogni operatore coinvolto in questa azione di autotutela che sarà senza dubbio destinata a far discutere. Non si deve nascondere che sin dalla “nascita dei Dpcm” che imponevano la chiusura degli esercizi per contrastare la pandemìa erano state già promosse richieste di riapertura delle attività magari in forme diverse. Ma il tentativo di oggi è indirizzato proprio a “smontare l’impianto del provvedimento stesso”, anche facendo riferimento ai contenuti delle Linee Guida fornite dal Comitato Tecnico Scientifico che palesemente si è dimostrato “non d’accordo” su talune scelte prese dal Premier, avendo dichiarato che alcune categorie avrebbero potuto rimanere aperte sempre seguendo le norme di prevenzione.

Proprio nei provvedimenti assunti dalla Presidenza del Consiglio per il contenimento dei contagi, quindi il divieto di aggregazioni ed assembramenti pare non potersi applicare alle diecimila sale da gioco d’azzardo “fermate” per tanto tempo poiché la capienza di tali locali non giustifica il loro stop. Ancor più discutibile è la motivazione relativa alla chiusura dei giochi indicata come nel problema “nel quale si raggiungono i punti di gioco”. La capillare presenza dei punti di gioco pubblico è tale da consentire ai giocatori uno scaglionamento nell’accesso agli esercizi e non vi potrà mai essere “assembramento” in questi locali: sembra abbastanza ovvio che non tutti “vadano a divertirsi alla stessa ora” e proibire l’accesso al gioco sembra veramente assurdo ed incongruente. Un’argomentazione ulteriore sostenuta dal “legale dei ribelli dei gioco” è che sia il CTS che i Dpcm parlano del settore dell’intrattenimento senza alcuna indicazione dei prodotti ed oltre tutto relativamente al comparto del gioco ci si limita a dire soltanto che non è indispensabile e, quindi, può fermarsi.

Senza tenere conto che la chiusura di tutto il gioco pubblico comporta un’inevitabile deviazione del flusso di gioco verso quello illegale che, invece, è sempre aperto e disponibile h/24 con le conseguenze che si possono immaginare sia per il sociale che per il territorio. Però, per questa determinazione che il gioco sia non essenziale, e quindi può chiudersi, che dire delle lotterie oppure dei Gratta e Vinci e 10eLotto venduti in spazi ristretti come i tabaccai con tutto rispetto del loro lavoro? Perché questi giochi non hanno seguito il destino delle apparecchiature da intrattenimento, le consuete “macchinette” con le quali se la prendono sempre tutti? Tutte queste osservazioni sono state sottoposte nei ricorsi al TAR nella speranza che nel prossimo decreto si possa affrontare la tematica del gioco pubblico non più con la superficialità con la quale è stata affrontata sino ad ora in fase di imposizioni restrittive.

Onestamente si pensa che i 180 giorni di chiusura del gioco in questo benedetto 2020 siano stati più che sufficienti e che si possa guardare a questo settore con più attenzione non fosse altro per il numero di lavoratori che racchiude, ma anche per “giustizia” in relazione alle valutazioni che sono state fatte per altri esercizi che hanno continuato a rimanere aperti e che, indubbiamente, possono essere giudicati più a rischio di quelli del gioco. E chissà mai che una volta tanto per il comparto del gioco si applichi una valutazione più equa e favorevole ad una sua apertura, seppur “a tempo” e con tutti i protocolli di sicurezza che, tra l’altro, gli addetti ai lavori hanno dimostrato di rispettare. In nessun punto di gioco o sala poker, nella pur limitata apertura che gli è stata consentita, è nato un focolaio di contagio: ma, evidentemente, anche questo non è stato preso in considerazione, tanto per cambiare…

Data Pubblicazione: 8 Gennaio 2021 ore 13:49

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