Le acque agitate che circondano i Casinò terrestri italiani

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Le proprietà aziendali delle Case da Gioco tricolore, forse, “stanno tirando un po’ troppo la corda” nei confronti dei propri dipendenti e delle sigle sindacali che li rappresentano. Forse, le stesse proprietà pensano che la “fame per arrivare alla chiusura di una trattativa contrattuale” sia un veicolo da sfruttare per arrivare a proporre trattative sotto alcuni aspetti veramente assurde a tal punto che dai sindacati vengono addirittura apostrofate come “nefandezze”. Si può affermare che la trattativa per la chiusura di un nuovo contratto di lavoro per i dipendenti del Casinò di Venezia (che manca dal 2017) sia veramente in alto male, a causa di quelle “acque agitate” che stanno facendo in modo di allontanare sempre di più le parti dal “porto” finale che dovrebbe senza dubbio interessare ad entrambe le parti: cosa che in effetti non appare affatto. Ma qui, in queste righe ed in questo contesto, e come peraltro “ci accade” spesso, non si vuole fare politica, ma solo riferire i fatti che stanno accadendo presso il Casinò di Venezia.

Non si riesce a trovare pace nella sua organizzazione e le sigle sindacali vogliono spiegare i motivi per i quali non hanno voluto prendere parte agli incontri convocati appunto dalla proprietà della Casa da Gioco al “fine apparente” di tracciare accordi per il nuovo contratto per i dipendenti di quel Casinò, posto in una delle più incantevoli città della nostra Penisola, ma che sta passando a livello economico, di risultati e di proiezioni future non un buon momento, come tutto il mondo del gioco d’azzardo d’altra parte. La trattativa sul nuovo contratto collettivo aziendale di lavoro, infatti, vive già momenti difficoltosi che sembrano addirittura complicarsi più del necessario a causa di ulteriori ostacoli. Ma si vuole vedere “da più vicino” le motivazioni che hanno spinto le sigle sindacali Slc Cgil, Fisascat Cisl e Ugl Terziario a non partecipare all’ultimo incontro, previsto per lo scorso 14 marzo: ma, nello spiegare questa loro astensione, nel contempo si vuole sottolineare che si rivolgono anche dure critiche sia alla proprietà della Casa da Gioco che alla dirigenza della stessa.

E questo perché sin dalla ripresa delle trattative per il nuovo contratto si è percepita la netta sensazione che non esistesse alcuna fretta di raggiungere un’intesa: prova ne sono gli incontri “allungati nel tempo”, le riunioni inconcludenti e, per finire, il tutto contornato da posizioni rigide ad oltranza e condite da un’arroganza così spiccata da far intendere che non vi fosse alcuna vera volontà di concludere una trattativa così delicata come la chiusura di un contratto collettivo di lavoro. Insomma, per essere ancora più “cattivi” nel riferire le sensazione delle sigle sindacali, si può senz’altro dire che il tavolo della trattativa, non per salvaguardare i siti migliori di casino, era aperto formalmente, ma nei fatti risultava del tutto inagevole ed improduttivo. Da parte delle organizzazioni sindacali, invece, si vuole rispettare il proprio ruolo di costruire un percorso negoziale per arrivare all’obbiettivo finale di fornire ai dipendenti della Casa da Gioco tricolore un nuovo contratto che manca da un paio d’anni… il che non è poco.

I punti che hanno fatto “scattare i nervi” ai sindacati sono tre e sono apparsi nell’immediato pregiudiziali assolutamente incomprensibili: obbligo del ritiro dell’art.28 da parte di tutte le Ooss, proposte economiche addirittura inferiori a quelle del Regolamento unilateralmente imposto ed, infine, un’indicazione sbandierata che “neppure lo stesso Regolamento garantisce l’equilibrio economico e finanziario della società”… Sono pregiudiziali al buon fine della trattativa assolutamente assurde (sempre a dire delle sigle sindacali): e per entrare nello specifico se ne può indicare un ulteriore dettaglio abbastanza angosciante. L’Azienda elargisce un premio ai dipendenti e la stessa struttura rischia il default: sul rilievo di questa operazione è stato risposto che la Casa da Gioco “è stata generosa con i dipendenti”. Ed a seguito di una sorta di “correzione del tiro” da parte dell’Amministrazione le “scuse” proposte non hanno assolutamente convinto gli interlocutori sindacali.

Secondo le tre sigle, poi, le critiche che si possono muovere a questa dirigenza aziendale, di fatto commissariata, sono infinite e persino imbarazzanti: infatti, nel corso di un incontro tecnico sempre della scorsa settimana, la stessa dirigenza si è arrampicata sugli specchi nell’interpretazione di un articolo del Regolamento relativo alla formazione del personale (peraltro scritto dalla stessa Azienda ed imposto ai dipendenti) assolutamente inapplicabile in una struttura particolare come quella di una Casa da Gioco. Ma siccome al peggio non vi è mai fine, come si suole dire, i sindacati sottolineano quanto i dirigenti si sono comportati ancor peggio al momento di rispondere “alla diffida sul regime di ripartizione del Premio di risultato” che include discriminazioni senza precedenti. Neppure con la presenza a tale incontro di un dirigente comunale, utile a confermare che i tre rappresentanti aziendali non hanno assolutamente “libertà di manovra né di decisione”, si è potuto (o voluto) cogliere il peso di tale diffida, né la gravità del tema “discriminazione sul luogo di lavoro”, né per finire la necessità di sistemare e rivedere alcune “regole del gioco”, oltretutto scritte male dalla direzione aziendale, ma fatte in ogni caso subire a tutti i dipendenti del Casinò.

Una situazione che comprende questioni aperte ed imbarazzanti: tutto questo insieme ha convinto le tre sigle sindacali a non presenziare all’ultima convocazione proposta dalla proprietà. Certamente, c’è un limite a tutto e l’atteggiamento che la direzione aziendale mette in campo nei confronti dei sindacati e dei dipendenti che gli stessi rappresentano, denota una mancanza di rispetto per gli interlocutori che la Casa da Gioco ha di fronte in un tavolo che dovrebbe avere come obbiettivo quello della “costruzione” di qualcosa, invece che racchiuderne quasi la “distruzione”. Eppure, l’esempio del fallimento del Casinò di Campione d’Italia dovrebbe pur insegnare qualcosa a chi dirige una struttura similare: lo “sfacelo” che si è creato in quell’antica Azienda, la mancanza di futuro dei suoi dipendenti e ciò che di tutto questo può sottoporsi agli occhi degli investitori esteri potrebbe suggerire atteggiamenti diversi…


Ci Mettiamo la Faccia

Giornalista Vanessa Maggi

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Pubblicazione: 29 Marzo 2019 ore 12:00
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