Il Gioco italiano ha bisogno di una rifondazione totale

rifondazione totale del gioco italiano

Invece di continuare a “parlare male e demonizzare il gioco d’azzardo ed i casino online italiani” ed a ritenerli “immorali ed una piaga del nostro secolo”, bisognerebbe avere l’intelligenza intellettuale di affrontare una sua rifondazione, basandosi su tre grandi temi: il diritto al lavoro, regole comuni e ritorno alla redditività in virtù di essere una “riserva di Stato” in conseguenza della concessione rilasciata dal medesimo. E questo poiché l’Esecutivo deve onestamente rendersi conto che degli introiti di questo benedetto settore ludico non può proprio farne a meno, come palesemente dimostrato dai dati inseriti nella manovra finanziaria, dati che hanno fatto a dir poco discutere gli addetti ai lavori: un ulteriore aumento del Preu che porterà “parecchio danaro” nelle casse dell’Erario, alquanto “bisognoso”.

Non vi è alcun dubbio che il gioco d’azzardo pubblico (e quindi lecito) stia passando molto male questo particolare momento nonostante lo stesso rappresenti un mondo legale in cui operano circa 150mila cittadini in varie parti della filiera: proprio per questo bisognerebbe avere un modello di gioco molto concreto, sicuro, e che tuteli l’occupazione in modo da mantenere innanzitutto il presidio statale senza dimenticare che se si proseguisse sempre nello stesso percorso delle leggi regionali restrittive in essere si andrebbe a vietare il gioco lecito a circa il 98% delle attività e si incorrerebbe, inevitabilmente, nel tristemente noto proibizionismo.

Oltre 18 milioni di soggetti hanno giocato almeno una volta con l’azzardo e con le slot machine negli ultimi mesi. 17 milioni sono giocatori “normali”, mentre un milione circa è rappresentato da “giocatori problematici” e questo è indubbiamente un numero importante. Sono persone che devono essere aiutate ed aiutate dallo Stato: rappresentano evidentemente l’altra faccia della medaglia del gioco sano e dell’intrattenimento. Ma questo, purtroppo, non è più intrattenimento, ma gioco compulsivo e problematico ed è quasi lo stesso lato della medaglia che vivono gli alcolisti ed i tabagisti e tutti gli altri che sono coinvolti in dipendenze di sesso, shopping, droga, internet e quant’altro si inserisca della lista delle dipendenze.

La risposta a ciò, evidentemente, è che sia la cultura che l’assistenza devono dare una risposta “forte” per fronteggiare questi fenomeni: se è vero e certo che esistono i malati è altrettanto vero che nessuno ha obbligato chicchessia a giocare, come nessun barista ha obbligato qualcuno a bere, oppure ancora quando Facebook ha creato un profilo, a nostra insaputa, rendendolo attivo per dieci ore al giorno! Quindi, ci si trova forzatamente di fronte ad una carenza di cultura che dovrebbe essere “insegnata” dallo Stato nelle scuole, nelle parrocchie, nelle famiglie, nella nostra comunità. Cultura che deve far comprendere a tutti i “normali cittadini” il valore intrinseco della vita e quale strada intraprendere quando ci si trova dinanzi alla scelta “giusto o sbagliato”.

E sopratutto deve esistere uno Stato che “difende” la sua legalità e non la combatte particolarmente con divieti che rasentano (e molto da vicino) il proibizionismo che, come per chi ha memoria, è portatore soltanto di sconfitte come la storia insegna: quello che è chiaro è che le dipendenze (e di qualunque si tratti non solo quella derivante dal gioco d’azzardo) non si combattono con i divieti, ma bensì con una profonda e mirata informazione che porta alla conoscenza del fenomeno che si sta affrontando. É solo questa la strada maestra da percorrere, ma sembra che il nostro Esecutivo questa strada la disconosca o che non voglia assolutamente percorrerla: infatti, percorre quella del “distanziometro” o quella delle “fasce orarie” che sono la “prova provata” della sua incapacità di creare e sopratutto di diffondere cultura ben indirizzata.

Questa incapacità di difendere e proteggere il gioco legale è indubbiamente amara come lo è quella evidente del sistema sanitario di prevenire, intercettare e curare chi soffre di disturbo da gioco d’azzardo: come è pure confermato da alcune dichiarazioni degli stessi operatori nel giustificare il numero esiguo di soggetti che ricorrono al sostegno di queste strutture. In tale situazione, non vi è dubbio che il settore ludico ha assoluto bisogno di essere coeso e particolarmente determinato “nel continuare ad esistere”, nel difendersi e nel rappresentare i propri valori occupazionali che come si sa sono alquanto numerosi. Va difeso a spada tratta il proprio ruolo di rappresentante della legalità a contrasto della malavita organizzata che, come già detto in altro articolo, trova nel mondo del gioco d’azzardo tante prerogative per essere “un settore preferito”.

Il gioco pubblico e legale “vale” circa 150mila addetti occupati: e non vi è dubbio che rappresenti la terza voce di entrata per il bilancio dello Stato e particolarmente questa “sua posizione” rende ancora più difficile il comprendere perché lo stesso Esecutivo non lo difenda, ma continui invece ad osteggiarlo sino ad avere messo in campo un divieto assoluto della sua pubblicità. Sono ben 10 miliardi di euro e decine di migliaia di “partite Iva” che operano nel settore e che portano, quindi, “reddito” alle casse erariali. Quindi, di che cosa si sta parlando ancora? Si ritorna, di conseguenza, a parlare dei tre grandi temi che la politica nazionale dovrebbe sempre ricordare quando si parla di gioco pubblico.

Il diritto al lavoro, le regole comuni ed il ritorno alla redditività: queste sono le basi sulle quali ricostruire un nuovo modello di raccolta che certamente vada ad aumentare la sicurezza della rete e che aiuti il sistema sanitario ad intervenire per dare assistenza ed aiuto alle persone che purtroppo vengono ancora coinvolte nella dipendenza da gioco, per poca consapevolezza dei relativi rischi che vanno ad incontrare. Bisogna, infine, ricordare che la filiera del gioco è composto da tantissime realtà operative che spaziano dalle multinazionali alle piccole e media imprese per finire agli esercenti, tabaccai e baristi: tutti svolgono però, nelle rispettive posizioni, un lavoro onesto e rappresentativo del gioco pubblico, autorizzato dallo Stato, e non possono certamente continuare ad essere vituperati e disprezzati per questo. Non si dovrebbe aggiungere altro.


Ci Mettiamo la Faccia

Giornalista Vanessa Maggi

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Pubblicazione: 29 Novembre 2018 ore 12:35
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