Meno entrate dal gioco pubblico: E’ colpa del Coronavirus

meno entrate dal gioco azzardo per colpa del coronavirus

Ci mancherebbe soltanto che ora si imputasse al gioco pubblico ed ai migliori casino italiani, il mancato forte ingresso dei consueti introiti provenienti dal settore, costretto alla chiusura per ben più di tre mesi con decisioni alquanto improvvide ed ipocrite rispetto ad altri settori forse anche più a rischio del mondo dei giochi. Oggi, il Governo fa i conti ed a questo punto non può sicuramente continuare “a far finta di nulla” ed, alla fine, arriva ad accorgersi che le entrate dal gioco “mancano” spaventosamente per il bilancio di Stato. Ovvio che la causa principale sia da attribuirsi alla chiusura delle attività ludiche che non hanno potuto provvedere alla raccolta, ma anche perché alla riapertura le attività commerciali ancora una volta stanno continuando a confrontarsi con le vecchie norme che impediscono al gioco quello che dovrebbe essere il suo naturale percorso legale che non riesce a svolgere.

Insomma, sempre di più manca come è ormai ovvio che sia, il riordino nazionale di tutto il settore ludico, richiesto dagli operatori a più voci, promesso più di una volta dall’Esecutivo di turno e rimasto, purtroppo, sempre e costantemente a livello di promessa non mantenuta. Ma proprio nel periodo emergenziale che la nostra società sta passando, e che non lascia tranquilli su di una possibile “rinascita” del virus, si dovrebbe riflettere più profondamente proprio su questo riordino che almeno consegnerebbe al gioco uno scenario più sicuro, sopratutto in relazione a programmi e prospettive economiche per tutto il suo intero mondo che da tempo, quindi ancor prima della pandemìa, manifestava una situazione traballante: l’emergenza sanitaria ed il lockdown hanno fatto il resto e contribuito a peggiorare una situazione già pericolante. Al settore ludico non si presentano mesi lavorativi tranquilli, come per tanti altri settori, e questa dovrebbe essere la motivazione che potrebbe spingere l’Esecutivo almeno a mantenere le continue promesse per la riforma nazionale dell’intero settore ludico.

Si dovrebbe finalmente riconsiderare nel mondo dei giochi, la terza potenza economica del nostro Paese e non soltanto una sorta di bancomat istituzionale, come è stato fatto per tanti anni: un settore da sfruttare esclusivamente per “mere esigenze di bilancio” lasciandolo privo della normativa che un insieme così cospicuo di imprese e di lavoratori potrebbe “pretendere”. Il settore dei giochi, in effetti, è composto da decine di migliaia di piccole e medie imprese che danno lavoro, tra diretto ed indiretto, a più di 150mila lavoratori e se non si vogliono tenere presenti questi numeri, si dovrà pur riflettere sui “danni economici” che lo Stato centrale ha subito in questo periodo emergenziale a causa dei mancati introiti non pervenuti dal gioco. Si parla di cifre di un certo pregio che l’Esecutivo non può continuare ad ignorare e perseverare nel dire che il gioco pubblico “è immorale e va cancellato da tutto il territorio nazionale”. Questo appare un ritornello ormai obsoleto oltre che pieno di ipocrisia che da sempre abita nei rapporti tra un certo schieramento politico istituzionale ed il settore ludico. Sembra arrivato il tempo di cambiare!

Si sta “rifacendo il Sistema Italia”, rivoluzionando il nostro Paese? Ed allora che si metta mano al riordino del gioco, che rappresenta “una riserva di Stato” anche se a qualcuno dell’Esecutivo Giallo-Rosso ciò non piace, e che si mettano in tranquillità quell’insieme di operatori che offrono i prodotti di gioco statali ai cittadini che vi vogliono ricorrere. I giocatori, si continua a sottolineare, non sono tutti “rovinati dal gioco”: la maggior parte dei frequentatori del settore ludico gioca perché si diverte e sicuramente non rischia lo stipendio in qualche partita alle “macchinette”. Ricordiamo sempre che le percentuali di soggetti coinvolti nel gioco problematico sono nettamente inferiori a coloro che abusano dell’alcool e delle droghe: peccato che ciò che si fa arrivare all’opinione pubblica sono dati a volte “un po’ pilotati” per salvaguardare la cittadinanza dal male oscuro del gioco!

Quello che è certo rimane un altro dato che quantifica in più di 1,5 miliardi di euro l’importo che è arrivato alle casse erariali attraverso il Preu, nella fattispecie ci si riferisce agli introiti dalle apparecchiature da intrattenimento: importo che si riferisce ai primi sei mesi del 2020. Queste cifre non possono far altro che riflettere sull’importanza che il settore ludico ricopre nei confronti dello Stato anche perché si riferiscono al periodo di lockdown che per tutta la filiera del gioco, scommesse online comprese, è stato “quasi indebitamente ed immotivatamente” prolungato con motivazioni irrazionali. Mentre più che irrazionalmente lo Stato ha continuato ad aumentare l’importo del Preu con il fine di rastrellare in questo settore più risorse possibili per destinarle nella maggior parte ad interventi di assistenzialismo senza rendersi conto (o forse sì) che questi aumenti hanno rappresentato un’erosione alquanto pesante sui margini di profitto delle stesse imprese del gioco, danneggiando inevitabilmente sia gli investimenti sostenuti da queste ultime, che un equilibrio di “tenuta” per tutto il comparto relativo all’occupazione del comparto.

Ma come ormai è divenuta consuetudine, purtroppo, è soltanto quando ci si accorge che “mancano desolatamente gli introiti del gioco pubblico” che l’Esecutivo, e tutta la politica che lo contorna, si rende conto di quanto “potevano essere utili” i suoi introiti: si fanno i conti, si sottolinea cosa manca: ma neppure a questo punto si stabiliscono date certe sugli eventuali interventi da effettuare sul settore dei giochi. Certo, il Governo centrale oggi è in altre faccende affaccendato ed, evidentemente, ciò che riguarda il mondo ludico può ancora aspettare dopo le vacanze che sono “sacre ed inviolabili” anche quando gira ancora il virus e sembra che pochi vi vogliano effettivamente rinunciare: e con estrema obbiettività si vorrebbe sottolineare che se si salta un anno “di vacanze”, in una situazione di rischio come quella che stiamo vivendo, non è la morte di nessuno! Ma questo è esclusivamente il parere di chi scrive che non si capacita di trovarsi in un mondo di persone che rischiano troppo: d’accordo che bisogna ricominciare a riappropriarsi della nostra vita ma questo tipo di leggerezza, per poi piangere magari sulle conseguenze, non “ci piace” e non pare intelligente.

Data Pubblicazione: 29 Agosto 2020 ore 16:00

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